Sulla ineleggibilità di Corbyn

Jeremy Corbyn, neo-eletto leader del Labour, sarebbe ineleggibile: questo è il resoconto italiano in poco meno di 24 ore. Tutti i commentatori hanno condannato il Labour con il suo nuovo leader alla sconfitta alle prossime elezioni nazionali che si terranno tra cinque anni, ovvero nel 2020. C’è chi parla di polizza a vita per i Tory e chi, invece, di autolesionismo e di ritorno all’irrilevanza politica. Perché? Perché Jeremy Corbyn puzza di radicalismo e tanto basta per condannarlo.

Il vero obiettivo è quello di diffondere l’idea che Jeremy Corbyn abbia un disegno politico volto al male del Regno Unito. Linea condivisa anche dal premier inglese, David Cameron, che ha scritto su Twitter che i Labour sono diventati una minaccia per la sicurezza nazionale, per l’economia e la sicurezza delle famiglie inglesi.

La svolta di Jeremy Corbyn data al Labour, secondo i commentatori italiani, farà fuoriuscire e confluire il voto moderato verso altri partiti determinando, di fatto, la vittoria per i prossimi anni dei conservatori inglesi. Uno schema troppo radicato ad un fase premoderna della comunicazione politica che vede un corpo elettorale stabile e che vota per appartenenza o identità politica. Un discorso con reflussi da voto identitario a cui è opportuno ricordare che, alla fine degli anni Ottanta, l’elettorato si è caratterizzato per la sua crescente volatilità. Agli inizi del XXI secolo, l’elettorato è diventato sempre più volatile e maggiormente diversificato, tanto da rendere anche il mito dell’elettore “mediano” obsoleto. La moltiplicazione dei canali mediatici, infatti, ha indebolito il rapporto di mediazione tra politica e old media facendo in modo che il messaggio politico non abbia più il filtro del notiziario di turno per essere immediatamente fruibile all’elettore. Di conseguenza ha reso l’elettore sia consumatore sia produttore di messaggi politici. Complessità e frammentazione.

La partita di Jeremy Corbyn è aperta in questo scenario. Inoltre, ci sono almeno tre punti che giocano nello stato attuale a favore del nuovo leader dei Labour: la sua capacità di rivolgersi alla nuova generazione, un’identità chiara e valori ben delineati ed, infine, un programma che appare perlomeno serio in quanto contrapposto alle politiche che hanno indebolito la classe media. L’aumento dei prezzi delle case, delle tasse universitarie e del costo della vita hanno indebolito i redditi medio-bassi nel Regno Unito e i giovani vedono contrarre il tenore della propria vita che risulta essere peggiore di quello dei propri genitori. Jeremy Corbyn, se riuscirà a costruire un proficuo rapporto con la classe media indebolita, potrà avere nel tempo una maggioranza elettorale tale da permettergli di entrare in competizione con David Cameron.

Mancano cinque anni alle elezioni politiche e in questo lasso di tempo gli scenari economici inglesi possono evolvere in meglio o in peggio. Troppo presto per lanciare conclusioni affrettate. Jeremy Corbyn, in questa prima fase, dovrà lavorare per la coesione del partito. Un gioco non semplice visto che è osteggiato dalla forte corrente blairiana. Aspettano lunghe notti al nuovo leader dei Labour ed il vero pericolo, più che la preoccupazione per il voto “centrista”, sono i coltelli affilati delle élite politiche laburiste che non accettano di essere state sconfitte.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali

@salviokalamera

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